UseLess is More – objects

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Palazzo Bertalazone
2008

Design
JoeVelluto (JVLT)

Project Assistant
A. Busana

Typology
mostra personale sul concetto di “Adesign” a cura di B. Finessi. In collaborazione con TURN / Solo exhibition on the concept of “Adesign” curated by B. Finessi. In collaboration with TURN

Location
Palazzo Bertalazone di San Fermo, Torino / Palazzo Bertalazone di San Fermo, Turin

Production
TURN, Pigreco Srl, Arti Grafiche Bassano, Turn, Matteo Sandi Photographer, JoeVelluto (JVLT)

Descrizione
Finalmente qualcosa si è mosso.
Da un lustro in qua, forse da due, il nuovo design italiano ha ripreso a respirare, e a pulsare, proponendo promuovendo provocando scossoni capaci, realmente, di rivitalizzare una storia fino all’altro ieri (leggi la fine degli Ottanta) palesemente un po’ ferma. E così abbiamo avuto, elenco per chi mastica design, la “palestra” di Opos, le collezioni Pandora, l’emblematico “Design alla Coop”, “Multipli di Cibo”, “Casa Coin???” e “Some Good News”, e altro ancora forse prima e certo dopo, oltre a premi e riconoscimenti critici come raramente si era visto: ottime premesse in forme di tappe per questa nuova stagione. Ma qualcosa ancora mancava, e nel confronto internazionale era doveroso accorgersene. Mancavano altri pensieri, altre intenzioni, altri gesti non strettamente legati alla produzione industriale e al consumo, alle funzioni primarie, al fare rispetto a un solo perché, quello del bisogno. Mancavano azioni da grado zero e spunti figli di altre necessità. Mancava il confronto con l’arte contemporanea, programmaticamente più disinvolta, tra azzardi, concetti e procedimenti. Ma poi, lentamente, abbiamo visto alzarsi altre luci, da est, e ci sono sembrate albe nuove. E così ci siamo accorti che un gruppo zeppo di energia, spregiudicatezza e talento, nascosto dietro a un nome morbido ed enigmatico, JoeVelluto, stava riscrivendo le regole di queste azioni, provando a fare il solletico all’intero sistema. Giocando una partita tarata sul sorriso, sullo sberleffo, sull’impegno, sulla provocazione, sul diavolo cosa sono capaci di fare! Sono stati loro, solo ieri, a farci sorridere con una corona del rosario fatta di bolle d’aria, da snocciolare (anzi da scoppiare) tra le mani (“RosAria”); sono stati loro ad averci stupito con un piattino per cocktail da prendere per mano infilandoci il medio (“Fu***in’Plate”), maleducati!, proprio mentre proponevano un tovagliolo “da braccio” per pulirsi la bocca dopo averlo indossato come una manica (“Bon Ton”); sono stati loro a nascondere la chiave di casa sotto lo zerbino dopo averlo dotato di un apposito vano (“Mr. Hide”), esperti ladri di provincia! Erano stati loro, sì, ad aver suggerito altre possibilità, tra forma e funzione, per superare anni di tipologie sedimentate, di obiettivi banalmente perseguiti. E ancora, di recente, ci hanno dimostrato di sentire anche loro il bisogno di un ossigeno più ricco, di una libertà diversa, di un pensiero alto (leggi altro), dimostrandoci che anche a loro il mondo del design andava stretto, e che stavano iniziando a praticare la stessa strada che da quindici anni alimenta la testa spiazzante di un outsider come Martí Guixé; e che, nella migliore tradizione italiana, allevati in scuole scalcinate ma sostanzialmente autodidatti, non avevano pensieri da invidiare ai giovani usciti dai luoghi “giusti” dei nostri giorni, “Design Academy Eindhoven” o “Ecal” di Losanna; e che avevano imparato a memoria le tattiche di gioco di una squadra di cervelli (artisti ma architetti nell’anima) da coppa del mondo, elenco a cui aggiungersi con orgoglio per completare un undici da brivido: Vito Acconci, e le forzature dei corpi; Massimo Bartolini, e l’accompagnare verso altri punti di vista; Jorge Pardo, e la lezione dei maestri riscritta ad altre latitudini; Tobias Rehberger, e la psicadelia dell’abitare; Hans Schabus, e l’architettura dopo Piranesi; Monika Sosnowska, e l’accelerazione degli spazi; Do-Ho Suh, e il sorriso di volumi sottoveste; Atelier Van Lieshout, e i gusci per corpi provocati; Allan Wexler, e l’invenzione di nuovi spazi/funzione; Andrea Zittel, e l’ipotesi di altri micro-modi di vivere: tutti insieme, con i JoeVelluto brillanti centravanti (sì, la rima ci stà tutta), a scrivere la migliore enciclopedia per un altro modo di abitare. E così, dopo aver provato lo spartiacque “???”, azione/costruzione nelle corde della squadra di cui sopra, e dopo aver scritto il “Manifesto of Adesign” che farà parlare (e fare) nuove cose, rimettendo in discussione decenni di abitudini, ecco per domani “Useless is More”, provocazione/riflessione sulla funzione, sulle consuetudini e sui comportamenti, sul senso di tutto ciò che ci circonda, e sulle reali necessità che fino a oggi ci sono sembrate vitali. Progettare una cosa non più utile è ancora progettare? E, soprattutto, come si fa? Forse occorre aprire gli occhi, e accorgersi di una porta murata, di un ascensore ricoperto di ragnatele, di cartelli stradali occultati e di accessi negati; e pensare a oggetti e strumenti che non funzionano più, o solo in parte, come guanti e occhiali mezzi rotti, e tazze sbeccate o forchette spuntate; e notare che divani e sedie, letti e scale, ciabatte e pennarelli, spesso, quasi sempre, non sono completamente utilizzati, perché nella nostra società dei consumi ognuno impiega le cose che possiede solo in minima parte. E per il resto, Spreco con la maiuscola. Così questi pensieri “UseLess is more”: togliere a una sedia parti di sedile e schienale, a una libreria i ripiani, a un tavolo le porzioni occupate dai posti a sedere, a un attaccapanni i ganci, a una lampada il paralume, a un orologio le lancette (dopo averle uniformate in lunghezza), e poi inserire queste parti in strutture quasi impenetrabili, o funzionali sì ma con percentuali ridotte; fino a sostituire, gran finale, un crocifisso con un “casco” dove immergere testa e pensieri per cercare quei riferimenti nel buio, e un souvenir con lo stimolo al ricordo senza bisogno di possedere nulla, nemmeno un feticcio. Così, forse anzi certo, abbiamo imparato anche oggi una cosa nuova: il meno non è poco, e ben arrivato il dopo Mies.

(Beppe Finessi)

P.S. Nei primi anni Quaranta un certo Bruno Munari portava al polso un orologio modificato dove i numeri delle ore erano liberi di muoversi dentro al quadrante ad ogni movimento del polso. Quando cinquant’anni dopo Alessandro Mendini, direttore artistico di Swatch, gli chiese di disegnarne uno, Munari ripensò il “Tempo Libero” (1994-1997). Nel 1945 sempre Bruno progettava una sedia di poca profondità dal sedile inclinato, forse per gli ospiti senza sorriso. Quando nel 1991 Aurelio Zanotta gli chiese un emblema per la sua nuova collezione, Munari ripensò a “Singer” come a una sedia per visite brevissime: sorriso, certo, ma anche lucida riflessione sui comportamenti di ognuno, e sui modi non convenzionali dei nostri gesti istintivi, come quello di appoggiarsi/sedersi ad una quota differente come quando si attende qualcosa o qualcuno.
Sì, JoeVelluto hanno avi eccellenti.

Description
Finally, something has happened.
For fi ve maybe ten years, Italian design has started to breathe again, to pulse – proposing, promoting and provoking shakes able to revitalize a history that, until the day before yesterday (the end of the 80’s), seemed quite slacked. Therefore, for those who have a smattering of design, there have been the training ground of Opos, the Pandora collections, the emblematic “Design alla Coop”, “Multipli di Cibo”, “CoincasaDesign”, “Some Good News” and many more, along with awards and critic approvals that rarely happened: these were excellent conditions, steps towards a new season. In the International contest, there was something still missing, which we should have become aware of. We suffered from a lack of different thoughts, intentions and acts not tightly connected to industrial production and use, to primary functions and to the respect of a single principle: those of the need. We suffered from a lack of actions able to reset and ideas born from different requirements. We suffered from a lack of a dialogue with contemporary art by defi nition more at ease with excesses, concepts and techniques. Then, slowly new daws aroused from the East as they were different lights. A group full of energy, talented and daring, hidden behind the velvety and enigmatic name of JoeVelluto was rewriting the rules, trying to tickle the entire system. A laugh-centred play based on mockery, commitment and provocation able to make us wonder and say:“Gosh, how smart they are!”. We laughed at their rosary made of air bubbles to burst (“RosAria”), at their cocktail plate to handle with the middle fi nger (“King Plate”) – how rude!. We cleaned our mouths with the sleeves as if they were towels (“Bon Ton”), we searched for the key they hid under the dormat in a special space (“Mr. Hide”) – they are such skilled thieves! They have been the fi rst to suggested other possibilities between form and function for overcoming the settled classifi cations and the banal targets. Recently, they have just shown their need of a deeper breathe, of a different freedom, of a higher thought as, also for them, the world of design has begun to be too tight. Thus, they have moved towards the direction brought fi fteen years ago by the eclectic Martí Guixé demonstrating, as in the best Italian tradition, that they had nothing to envy to those young designers grown up in the “right” places as “Design Academy Eindhoven” or “Écal” in Lausanne. They learned the tactics of a team of genius (artists who were architects deep inside) to which they proudly joined as the eleventh element: Vito Acconci and the body twistings; Massimo Bartolini and the different point of view; Jorge Pardo and the lesson of the masters rewritten from other perspectives; Tobias Rehberger and the living psychedelia: Hans Schabus and the architecture after Piranesi; Monika Sosnowska and the spaces acceleration; Do-Ho Suh and the thin smile of volumes; Atelier Van Lieshout and the provocative bodies’ shell; Allan Wexler and the invention of new spaces/functions; Andrea Zittel and the hypothesis of other micro-way of living. All together, with the JoeVelluto as brilliant centre forward, they are writing the best encyclopedia of a different living. After the divide “M.A.S.T.” action/reconstruction expression of their phylosophy and after the “Adesign Manifesto” introducing new dimensions and bringing into questions decades of habits, here is “UseLess is More”, a provocation/refl ection on function, customs, behaviours and on the meaning of what is surrounding us – along with a study of the needs that have seemed essential and vital until today. Is designing something useless still design? But, most of all, how can you do it? Maybe it is enough to open the eyes, to notice a door of bricks, a lift covered in spiders’ webs, some hidden road signs and no entries; it is enough to think at objects and tools that work no more or are partially unusable as gloves or half-broken glasses, chipped cups and blunted forks. In our contemporay society most of the time sofas, chairs, beds and ladders, felt-tips ans sleepers are not totally used as demonstration of the Waste surrounding us. Thus, “UseLess is More”is born: removing from a chair the seat and the back rest, from a bookshelves the shelves, from a table the places, from a stand the hooks, from a light the shade, from a clock the hands (after having uniformed the length) and insert them into partially impenetrable or functional structures, but always in a reduced percentage. The result is to create a substitute, swapping a souvenir with an helmet where to plunge the head and the thoughts to remember with no need of fetishes, and a crucifi x with a darkroom where to search for those signs of the invisible infi nite. We have learned a new thing today: less is more. The era after Mies has fi nally come.

(Beppe Finessi)

P.S. In the fi rst part of the 40’s a certain Bruno Munari carried on his wrist a modifi ed watch where the hours numbers were free to move in the face at each wrist mouvement. When fi fty years later Alessandro Mendini, art director of Swatch, asked him to design a watch, Munari re-created the “Tempo Libero” (Free Time 1994-1997). In the 1945, the same Bruno Munari designed a chair with a reduced depth and an inclined seat, maybe thought for too serious guests. When in 1991 Aurelio Zanotta asked him for an emule for the new collection, Munari re-designed “Singer” as a chair for quickly visits: it makes us smile but, on a deeper level, it represents a clear refl ection on the behaviours of everyone, on the not conventional ways our instictive reactions may have as that of sitting on a different height while waiting for something or someone to come.
JoeVelluto has excellent forefathers, that’s for sure.